L' occhio non vede

Testimoni dell’impossibile

Francesca Rachele Oppedisano

l 27 gennaio negli spazi del Museo Laboratorio di arte contemporanea dell'Università di Roma "La Sapienza" è stata inaugurata la mostra "Das Auge sieht nicht, l'occhio non vede". L'esposizione ha presentato accanto a circa quaranta "disegni alla lavagna" di Rudolf Steiner una scelta di opere di artisti contemporanei, Josef Beuys, Luigi Ontani, Achille Perilli, Ilija Soskic, Ikeda Uemon, nell'intento di tracciare una rete possibile di rapporti elettivi all'interno di un rigoroso percorso ontologico-ermeneutico. Da tale confronto è nata l'esigenza di una tavola rotonda che si è svolta a chiusura della mostra presso il Museo Laboratorio. Sono intervenuti, oltre a Walter Kugler, Simonetta Lux e chi scrive, lo storico dell’arte Veit Loers il filosofo Wolfgang Zumdick, l’architetto Vittorio Leti Messina, Dragika Soskic Cacic, critica e politologa dell'arte, gli artisti Uemon Ikeda e Ilija Soskic. Quest’ultimo confrontandosi con la triade imprescindibile, Wttgenstein-Steiner-Nietzsche, attraverso la rivisitazione segnica e iconografica dei luoghi natii, ha dato luogo attraverso la sua opera alla sintesi del gioco linguistico fra parola segno e immagine. Veit Loers ha acutamente individuato il posto originale, sintesi del luogo da cui tutto ha origine e a cui tutto eternamente ritorna, su cui si articolano i disegni di Steiner: il nulla rappresentato dal fondo nero della superficie. Su questo fondo oscuro ci intratterremo, sul nero individuato come origine, possibilità di ritorno e mancanza-a-essere (Mangel an Sein) o assenza interlocutoria nel senso ravvisato da Heindegger negli Holzwege:

se l’opera non consiste nella riproduzione degli enti singoli che ci stanno innanzi, consisterà forse nella riproduzione dell’assenza universale delle cose? 1

Ci chiediamo in cosa consiste allora questo pro-durre, questo porre in essere ciò che ancora non è? E’ forse Il tentativo di storicizzare, rendere attuale, la verità attraverso la fuoriuscita del senso dal ring su cui angustamente giocano i concetti filosofici? “ Sortir de la Philosophie par la philosophie” è stato il motto testamentario di Gilles Deleuze secondo il quale si rende necessario, per uscire dalla chiacchera sullo scibile, fare degli incontri con l’arte, ravvisando nell’arte il luogo privilegiato su cui fioriscono le “idee”.2 Niente di più prossimo al pensiero di Steiner quando, nella conferenza Goethe als Vater einer neuen Ästhetik, con asprezza e lungimiranza prende le distanze dal pensiero kantiano riconoscendo il Bello (das Schöne) e quindi l’Arte, come Idee in Form der sinnlichen Erscheinung. Un concetto che fa eco alle parole di Nietzsche nei frammenti postumi (1888-89) di Wille zur Macht:

Si è artisti al prezzo di avvertire ciò che tutti in non artisti chiamano "forma" come contenuto, come "la cosa stessa". Con ciò ci si trova certo in un mondo capovolto: perché ormai il contenuto diventa qualcosa di meramente formale -compresa la nostra vita. 3

Steiner ha abitato questo mondo capovolto: i segni non hanno rivestito contenuti corrosi dal senso comune sono stati la necessaria conseguenza del suo fare filosofia attraverso l’arte, attraverso la messa in atto di un gesto performativo.

Segno e immagine appartenendo ad un piano comune di metaforicità, un piano oscuro da cui emergono i segni non-rappresenativi, non forieri di contenuti, di cui son fatte le “lavagne” di Steiner, pro-ducono una rinnovata possibilità di senso che appartiene all’ordine imperativo del significante (signifiant) che mai colma un significato (signifié) e che in virtù di questa “mancanza” determina la possibilità di dar forma ad altri universi di segni. Lo slittamento perpetuo tra segno e significato è la legge di cui è fatta la poesia. All’interno di questa ferita del senso comune, nel momento stesso della rappresentazione di questa scissione tra segno e designatum, Steiner ci ha donato lo schiudersi di ciò che ancor non è.

L’arte “postuma” di Steiner si offre come "eventualità del sapere". Il discorso in atto nelle conferenze appare anch'esso come l'eventualità di una filosofia pratica, di un idealismo concreto. Steiner occupandosi di conoscenza, vita sociale e volontà di sapere si è rivolto al pensiero filosofico e scientifico per ribaltare le categorie estetiche del bello e dell'idea per "vedere la scienza con l'ottica dell'artista e l'arte con quella della vita", superando di un solo colpo la dicotomia tra la scienza e ciò che pertiene all'operare artistico: l'arte come vettore di conoscenza e la scienza assunta come metodo conoscitivo.

Si tratta di una pensiero che, coinvolgendo operativamente la moderna critica d'arte e necessariamente gli ambiti umanistici e scientifici, intende capovolgere i consueti canoni estetici passando attivamente dall'ambito riflessivo a quello attivo, dalla parte degli artisti, dalla parte di un'estetica "al maschile" intesa in senso nietzschiano.

Molti sono stati gli intellettuali e gli artisti che, occasionalmente o con continuità, hanno trovato nelle modalità espressive del pensiero elaborato da Steiner motivo di sosta. L'eterogeneità dei contenuti teorici elaborati nel segno dell'Antroposofia immette il filosofo austriaco nel circolo di quei maîtres a pensée in grado di alimentare il libero esercizio del "domandare". Torna quindi attuale l'esigenza di un confronto con ciò che tale pensiero implica d'inarticolato, nel tentativo di determinare nuove possibili connessioni proprio all'interno di ciò che sfugge e resta, forse necessariamente, opaco.

1 „Der Ursprung des Kunstwerkes“, in Martrin Heidegger, Holzwege, Klostermann, Frankfurt am Main, 1950 (qualche riga prima della citazione della poesia di C.F. Meyer).

2. Gilles Deleuze, « C comme Culuture », Cassette 1, de A comme Animel à F comme Fidélité, 36min25sec, in L’abecedaire de Gilles Deleuze, avec Claire Parnet, Vidéo Edition Montparnsse, 1996

3. Wille Zu Macht, n. 818, in Grossoktav-Ausgabe, Nietzsche Werke, 19 Voll.